Storie delle famiglie

09/07/2020

Un abbraccio improvviso

Luci al neon. Colori freddi alle pareti. Il verde sanitario incombe ovunque. Trasmette quella sensazione di assoluta pulizia. Quella necessaria pulizia in tutti gli ambienti di questo ospedale dove sono capitato. Catapultato qui dalla improvvisa malattia del mio piccolo. Stanco, stanco. Gli occhi bruciano, le tempie pulsano, l’angoscia domina ogni mio movimento. Le voci dei medici giungono ovattate. Ma schietto mi raggiunge il significato delle loro parole. Parlano con me del significato dei sintomi. Degli accertamenti necessari, di quale sarà il probabile percorso sanitario di mio figlio. Un tunnel. Lungo. Ora dorme il mio bambino. Esco dalla camera. Accasciata sulla sedia in formica e acciaio ecco mia moglie. Accanto a lei un cestino colmo di bicchierini di caffè accartocciati. Testimonianza di altre vite trapiantate improvvisamente qui. Dove troveremo la forza di stare vicino al nostro piccolo in queste condizioni. Rimbalzando dalla camera al corridoio e dal corridoio alla camera “Facciamo 2 passi dai” le dico io. “Dobbiamo reagire” e ci incamminiamo lungo il corridoio. Io ho male a tutti i muscoli del mio corpo per la tensione delle ultime ore. Lei ansima d’ansia. E questo corridoio… così oblungo, accecante, limitante e allo stesso tempo infinito. Ma che fine ha fatto lo spazio per respirare? E questa porta cos’è. Cautamente apro e varco una soglia. Un sorriso caldo mi accoglie. Una voce mi dice: “Benvenuti. Come sta il vostro piccolo? Qui vi potete rilassare, riposare. Abbiamo una camera libera. Desiderate dormire? Ve la mostro.” Attraversiamo un ampio soggiorno, arredato con gusto, accogliente e luminoso. Divani e poltrone. Angolo Tivù. Intravedo una bella cucina, un angolo gioco per i piccoli…immediatamente il pensiero va alla piccola, rimasta a casa con i nonni. Osservo mia moglie. Respira meglio. Non è più così pallida. La camera è bella, accogliente. Il bagno è perfetto. “Mettiti comoda, puoi fare una doccia e poi riposare. Io torno subito”. Torno a vedere il mio piccolo. Ora il corridoio mi sembra meno opprimente. La luce meno accecante. In camera con mio figlio ci sono i medici. Mi parlano. Ora li capisco bene. Mi rendo conto che prima ero appannato. Mi sorridono, mi rinfrancano. Mi fanno coraggio e io me ne accorgo. Quella soglia della Family Room, varcata per caso, nascondeva un abbraccio improvviso. Ora sappiamo che potremo stare tutti vicini, tutti uniti, per tutto il tempo che servirà ad affrontare questa prova. Siamo più forti di prima.

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